Tra gusto, gioco, e scoperta

06.05.2026

Quando il gruppo arriva, la sala è già pronta. Non c'è fretta, non c'è attesa tesa: solo il rumore lieve delle sedie che scorrono e il profumo di una cucina che racconta più di quanto sembri. 

I partecipanti si siedono senza sapere davvero cosa li aspetta, ma percepiscono che non sarà una riunione, né un semplice pranzo aziendale. È qualcosa di diverso, qualcosa che chiede di lasciare fuori la competizione e di entrare con curiosità.

La tavola è il primo invito. I piatti tipici del territorio, rivisitati con rispetto, arrivano come piccoli messaggeri: parlano di cascine, di acque lente, di mani che hanno lavorato la terra prima che chiunque di loro nascesse. È un modo per dire: "Siamo ospiti di una storia più grande, e possiamo farne parte insieme". Il ristorante diventa così un luogo di accoglienza culturale, non solo gastronomica. Le persone si rilassano, si guardano, iniziano a condividere impressioni. È un terreno fertile.

Poi arrivano le carte. Nessuno deve dimostrare nulla ne farsi valere. Ogni carta è un frammento del territorio EVF: un luogo, un simbolo, un valore, un dettaglio che potrebbe sembrare piccolo ma che, messo accanto agli altri, può cambiare tutto. I partecipanti le osservano come si osserva un oggetto trovato per caso: con un misto di sorpresa e di possibilità.

Il facilitatore invita i gruppi a costruire una storia. Non una storia perfetta, non una storia giusta: una storia possibile. Le carte si avvicinano, si combinano, si intrecciano. Una cascina diventa un punto di incontro, un laghetto diventa un percorso da seguire, un valore aziendale si lega a un sentiero che attraversa due territori diversi. 

Le idee si muovono senza scontrarsi, si appoggiano l'una all'altra, trovano un ritmo comune. 

È un gioco, ma è anche un modo per vedere come ogni persona porta un pezzo di mondo che può arricchire quello degli altri.

Quando i due gruppi si ritrovano, non c'è confronto. C'è ascolto. Le storie si guardano, si riconoscono, si avvicinano. Alcuni elementi coincidono, altri divergono, ma nessuno viene scartato. Tutto può trovare un posto. La visione finale nasce così: non come compromesso, ma come accordo. È il "piatto condiviso", la metafora di ciò che un team può creare quando non cerca di prevalere, ma di comprendere.

Poi arriva l'Esperto EVF. In pochi istanti apre una finestra sulla storia reale del territorio evocato dalle carte. Non corregge, non giudica. Racconta attraverso l'esperienza reale del luogo. E quel racconto, semplice e preciso, illumina ciò che il gruppo ha costruito: mostra come il territorio, da sempre, sia un luogo di connessioni, di scambi, di soluzioni nate dall'incontro tra differenze.

Alla fine, le carte tornano in circolo. Vengono rimescolate, ridistribuite. Ognuno riceve la carta di un collega. 

È un gesto piccolo, quasi silenzioso, ma lascia una traccia profonda: portare con sé lo sguardo dell'altro, ricordarsi che ogni visione è una possibilità, che ogni differenza è un contributo.

Quando il gruppo si alza da tavola, non è più lo stesso. 

Non perché abbia trovato risposte definitive, ma perché ha scoperto un modo diverso di stare insieme: più aperto, più attento, più capace di costruire. 

E il territorio, con la sua storia antica e paziente, ha fatto da guida.

Questo progetto è realizzato in collaborazione con Ecomuseo della Vettabbia e dei Fontanili di cui faccio parte. 

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