La tavola rotonda appartiene a chiunque abbia il coraggio di sedersi

Questa è una storia basata sulla leggenda dei Cavalieri della Tavola Rotonda: rotonda perché non c'era un capotavola. Tra il re Artù di Camelot e i suoi cavalieri non c'era gerarchia: a quel tavolo erano tutti uguali.
Per contro, nella serie televisiva che ho visto, il personaggio di Ginevra ha un ruolo di subordine prima, e di condizionamento poi, da parte di Morgana. Diventa vittima degli errori di cui, invece, nelle versioni originali del racconto era consapevole e protagonista: dignitosa nell'accettare il suo destino, i suoi sbagli (anche gravi) e pronta a subirne le conseguenze.
L'immagine leggendaria di Ginevra, donna di rango elevato, era l'immagine potente di una persona — ancora prima che una donna — capace di accettare i propri demoni, responsabile di sé, capace di affrontare la vita per quello che le offre e di assaporare i suoi errori come attimi divini.
Nell'interpretazione televisiva, invece, è prima serva, poi regina vittima di stregonerie: mai consapevole, non dei suoi errori come persona, ma solo del suo ruolo di vittima.
La Tavola Rotonda, simbolo di Camelot e del suo potere, sparisce nell'ombra di questa donna che diventa pedina, serva, vittima, fragile, inconsapevole… patetica.
Una tavola rotonda mette tutti al loro posto nella vita; e invece, purtroppo, capita ancora che le donne ne vengano estromesse, che non possano decidere fino in fondo, che debbano sedere al fianco del capotavola, aspettare che i piatti più succulenti e abbondanti passino di mano in mano.
Questa versione di Ginevra ci insegna anche che sentirsi vittima crea alibi per rimandare o lasciare ad altri le redini della nostra vita. Fa riflettere e ci fa capire che è meglio essere sbagliate che mettere le nostre vite in mano ad altri.
Invito tutti a sedere a una tavola rotonda e guardarsi in faccia con pari dignità, a cogliere le pietanze disposte alla stessa distanza per tutti — anche quelle che non fanno bene, che fanno ingrassare. Alziamo i calici e guardiamo ogni commensale in volto, a partire da noi stessi.
Deborah Esposito - Racconti di Ospitalità ... a Tavola
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