La fame e il fuoco – La voce di Lidia

Mi chiamo Lidia e nessuno, qui alla Cascina Costigè, si ricorda quando sono nata. Dicono che sia stata un'alba gelida, una di quelle che spaccano le mani e fanno fumare il fiato. Mia madre dice che piangevo poco, che guardavo molto. Occhi grandi, troppo grandi per una bambina così esile. Occhi che non si fidavano del mondo, ma che non avevano ancora imparato a temerlo davvero.
La Costigè era un quadrato di muri scrostati, un ventre chiuso che ci teneva dentro come fossimo semi buttati a caso. Il portone ad arco si apriva solo all'alba e si chiudeva al tramonto. Dentro, la vita era una ragnatela di voci, passi, fatica. Le camerate dei braccianti erano lunghe, fredde, sempre troppo piene. La casa dominicale, invece, stava dall'altra parte della corte, come un animale che non voleva mescolarsi con noi.
Io vivevo con la mia famiglia: eravamo in nove. Mio padre aveva mani grandi e occhi spenti. Mia madre era minuta come me, ma senza la mia energia rivendicativa: quella cattiveria che non è malizia, ma fame. Fame di pane, di futuro, di un giorno senza paura.
Il pane, alla Costigè, si faceva una volta a settimana. Il forno comune sputava calore per ore, anche dopo che il fuoco era morto. Le donne impastavano all'alba, i bambini correvano attorno alle ceste, i vecchi controllavano che nessuno rubasse. Ma qualcosa avanzava sempre: briciole, croste, pezzi caduti dalle pale. Nessuno li voleva. Nessuno tranne me.
Avevo tredici anni quando iniziai a raccoglierli. All'inizio li mettevo nel grembiule, di nascosto. Poi, quando capii che nessuno mi guardava davvero, iniziai a prendere anche i pezzi più grandi. Non era furto, per me. Era sopravvivenza. Era amore per la mia famiglia, che mangiava troppo poco e lavorava troppo.
Con quel pane, io preparavo un piccolo pasticcio. Non era la lasagna dei signori, né la turta dei giorni di festa. Era un miscuglio di ciò che avevamo: foglie di verza esterne, sbollentate per diventare morbide; cuori di verza tagliati fini; porri e radici invernali stufate nello strutto che ci spettava come scarto; cotiche sminuzzate quando capitavano; pane raffermo e croste di formaggio duro grattugiate. Lo chiamavo "il mio Corè", anche se nessuno sapeva cosa volesse dire. Era povero, ma ci scaldava.
Un giorno, però, decisi di fare di più. Il pane avanzato non bastava. Così iniziai a venderlo. Andavo fino alla strada che portava verso Marignano. I viandanti compravano volentieri un pezzo di pane duro: costava poco, riempiva lo stomaco, non faceva domande. Con quei soldi compravo farina, qualche rapa, un po' di cipolle. A casa dicevo che erano regali. Nessuno mi credeva, ma nessuno chiedeva altro.
Poi arrivò il giorno in cui mi presero.
Era domenica. Il forno era ancora caldo. Io avevo raccolto più pane del solito, perché la settimana era stata dura e mio fratello minore aveva tossito sangue. Stavo uscendo dalla corte quando il fittavolo mi vide. Non urlò. Non mi chiese nulla. Mi prese per il braccio e mi portò nella casa dominicale. Mi fece svuotare il grembiule sul tavolo. Le briciole caddero come neve sporca.
«Questo è furto», disse.
Io non risposi. I miei occhi grandi lo fissavano. Dentro, la cattiveria della fame tremava come una bestia in gabbia. Ma non parlai. Non piansi. Non implorai.
Mi portarono via il giorno stesso.
La prigione di Marignano era umida, scura, piena di odori che non conoscevo. Mi misero in una cella con una donna che non parlava mai. Io guardavo il muro e pensavo alla Costigè, al forno, al mio pasticcio di verze. Pensavo ai miei fratelli, a mia madre che avrebbe pianto in silenzio. Pensavo che forse fossi davvero cattiva. Ma poi ricordavo perché lo facevo, e la cattiveria si scioglieva come strutto sul fuoco.
Passarono settimane. Non so quante. Un giorno, il guardiano mi chiamò. Disse che il fittavolo aveva ritirato la denuncia. Disse che servivano braccia in cascina. Disse che la fame non era un crimine, non ufficialmente.
Tornai alla Costigè che era ancora la stessa: muri scrostati, voci, fatica. Ma qualcosa era diverso. Le donne mi guardavano con rispetto. Gli uomini non dicevano nulla, ma mi lasciavano passare. Mia madre mi abbracciò forte, come se fossi tornata dall'aldilà.
Io ripresi a cucinare il mio Corè. Le foglie di verza, lo strutto, le radici, il pane raffermo. Ma questa volta lo portai anche agli altri e spesso ero ospite di altre famiglie. Non era molto, ma era qualcosa. E nella cascina, qualcosa valeva più di tutto.
Non diventai ricca. Non diventai famosa. Ma imparai che anche chi è esile può essere forte. Che anche occhi pieni di durezza possono illuminare una stanza. Che la cattiveria della fame può diventare amore, se la si tiene stretta.
E che, a volte, il mondo concede un piccolo spiraglio. Non per bontà. Per necessità. Ma anche quello basta per continuare a vivere.

